BYM intervista Nate Harrison

Finalmente!!!
Sono estremamente felice di postare il mio incontro con un autore che giudico di grande interesse.
Il prescelto per innaugurare questa (speriamo) lunga serie di intrusioni via mail è Nate Harrison, apparso tra queste righe due volte con i suoi lavori Can I get an Amen? e Bassline Baseline.
Innanzitutto mi piacerebbe conoscere la tua opinione riguardo alla
condizione attuale della produzione culturale. La tua opera “Can I get an Amen?” suggerisce una posizione critica rispetto alle leggi sul copyright usando la storia di un campionamento per svelare uno dei meccanismi basilari del processo creativo: la rielaborazione del lavoro altrui.
Riguardo alla strategia creativa dell’appropriazione: mentre questo sembra essere un punto caldo caratteristico del mondo tecnologico contemporaneo in realtà è un argomento abbastanza datato.
Le persone hanno sempre cercato di imitare, o addirittura di ‘rubare’, se posso usare questa parola, le cose attorno ad essi che attiravano la loro attenzione, che li influenzavano.
Se qualcuno mille anni fa avesse sentito un ritmo reputato particolarmente bello avrebbe provato a ripeterlo, memorizzando la sequenza dei colpi o procurandosi lo stesso tipo di percussione o facendo entrambe le cose. Questo meccanismo ha funzionato in tutte le sfere della produzione culturale per molti molti anni; non è niente di nuovo. Ciò che oggi è nuovo è il grado di efficienza e di trasparenza che caratterizza i metodi di appropriazione. Nell’attuale mondo digitalizzato rubare qualcosa come un ritmo o una foto è molto facile e può essere fatto senza perdita di qualità . Io non sono particolarmente a favore del rubare apertamente il lavoro altrui ma sono nettamente convinto della necessità di una riforma delle leggi sul copyright. Le leggi attuali hanno caratteristiche ereditate da circostanze molto differenti da quelle attuali oltre al fatto che le strutture corporative fanno del loro meglio perchè le cose non cambino. Fortunatamente gli strumenti ed i metodi di appropriazione e disseminazione si sviluppano più rapidamente delle forze che dovrebbero fermarli, almeno per ora.
“Seventeen Grand Narratives for a New Grand Canyon” mi ha fatto pensare alla relazione tra memoria e rivoluzione digitale. L’ossessione di registrare ogni cosa sembra rivelare una caratteristica peculiare della concezione contemporanea della memoria: siamo sicuri di ricordare solo ciò che immagazziniamo con un qualche mezzo e per questo sentiamo la necessità di filmare anche ciò che effettivamente non esiste, così come cose già contenute in migliaia di archivi.

Sei d’accordo con questa ipotesi? E cosa ne pensi dell’evoluzione della memoria sociale e personale nell’era digitale?
Questa lettura di “Seventeen Grand Narratives…” è molto interessante
e vicina a ciò che mi girava per la mente nel realizzarlo. Penso che la
capacità di una persona ordinaria di registrare, di archiviare, come hai detto tu, è ciò che è veramente notevole. Questo lavoro è un po’ di difficile interpretazione per tutti i possibili fruitori non-locali o che comunque non stiano seguendo le particolari politiche di ricostruzione dell’ex spazio del World Trade Center. Io vivevo dall’altro lato della strada del WTC; è stata la vista dalle mie finestre per molti anni. Ho visto la sua distruzione ed ho seguito i progressi da allora. Sfortunatamente non ci sono stati grandi progressi. Chiunque segua ciò che sta succedendo a New York sa che nessuna “Freedom Tower” è stata costruita e che non è iniziato alcun processo che dimostri che gli Stati Uniti abbiano desiderio di capire più a fondo gli eventi di quel giorno. La realtà è che osserviamo dolorosamente come le politiche corporative e la burocrazia lottino con i costituenti locali per assicurare che qualunque cosa succeda laggiù sia un compromesso che deluderà in breve le aspettative rispetto al fatto di poter essere un ’simbolo della libertà ’.
Cos’altro significa tutto questo? Attualmente c’è un grosso buco, un ‘canyon’, lì dov’erano le torri. Negli ultimi quattro anni è diventato una sorta di destinazione turistica, si potrebbe dire in modo improprio che è diventato un ‘grand canyon’ (ovviamente giocando con il nome del vero Grand Canyon, in Arizona); persone da tutto il mondo vogliono immortalare la loro personale esperienza di quel vasto spazio. Per un mese io ho registrato ciò che le persone erano venute a registrare: la loro presenza nella ‘assenza’. Quindi, mentre i politici locali ed il mondo degli affari brancolano con le loro versioni senza fine su cosa debba diventare il sito del WTC, incapaci di arrivare vicino al completamento di una loro versione di una ‘grande narrazione’ (ovvero che gli Stati Uniti ricostruiranno e rimarranno una nazione forte libera e compassionevole) per i cittadini degli Stati Uniti, la gente di tutto il mondo è abbastanza contenta ed occupata a crearsi le sue proprie narrazioni di quello spazio. Le persone registrano quello loro vogliono ricordare e non ciò che altri dicono loro di ricordare.
Magari anche la parola ‘ricordare’ non è proprio corretta, perchè implica una sorta di non-conoscenza, un desiderio di ritornare agli eventi passati con più chiarezza possibile. Nell’era digitale abbiamo sempre meno bisogno di ‘memoria’ visto che l’abbiamo rimpiazzata con gli ‘archivi’, per quanto problematico possa essere…

Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo processo creativo? I tuoi lavori sono ispirati dall’intento di dire una cosa specifica o preferisci seguire un’idea per poi trovare qualcosa che meriti di essere detta?
Questa è una buona domanda su una cosa con la quale combatto.
Al momento mi limito a mettere in pratica solo quelle idee mi sembrano avere un aspetto politico e/o sociale. Cerco cose che mi interessino dopodichè in qualche modo aspetto che ‘la storia si riveli de sè’, attraverso un processo di ricerca e di riflessione critica. Non provo a forzare per far venire fuori qualcosa, fare così metterebbe troppa della mia soggettività sulla facciata del progetto, lì dove dovrebbe essere il contenuto sociale o politico, che è più importante. Se questo significa realizzare solo una o due opere all’anno, che così sia. Per ora sto accumulando idee per un nuovo progetto video. Riguarda l’uso di foto d’archivio nella creazione di narrazioni. Spero sia finito prima di marzo. Vedremo…
Tu componi musica elettronica oltre a gestire una tua piccola etichetta, la Töshöklabs. Nell’affrontare la composizione di musica mediante l’uso di computer hai mai sentito una distanza tra ciò che puoi fare nel momento compositivo e ciò che puoi eseguire dal vivo? Se si, hai trovato un modo per ridurre questa distanza?
Non ho fatto musica e non mi sono concentrato sulla musica per un po’ di anni proprio per colpa di questo divario di cui tu parli. Amavo molto comporre musica in studio ma non riuscivo mai a mantenerla abbastanza simile nelle performance live se non suonando più materiale preregistrato che altro, cosa che odiavo. Per me significava non essere sincero in qualche modo. negli ultimi anni però sono emersi nuovi strumenti, come Ableton live, che sembrano aver colmato il divario. Io l’ho usato per un po’ e mi piacerebbe studiarlo un po’ di più. Nei due anni passati però mi sono dedicato a progetti artistici più concettuali. Spero prima o poi di tornare a fare musica, o in studio o live.
Non pensi le diffusione di performance ‘fasulle’ possa ridurre la
credibilità di chi realmente utilizza la tecnologia in modo
performativo?
Si’, penso che questo sia stato un problema, ma di nuovo, nuovi strumenti come Ableton live o cose più complesse come Max/MSP combinati con controllers esterni possano portare ad interessanti risultati. Penso che anche il pubblico sia esperto ora; sanno quando qualcuno sta facendo finta.
Ritengo che uno degli aspetti più importanti dell’utilizzo della tecnologia a fini creativi sia il rischio di perdersi nella tecnica. Probabilmente questo è un problema vero per ogni strumento ma la mia esperienza nel fare musica utilizzando il computer mi suggerisce che forse questo è più vero nelle arti digitali perchè molte volte l’opera artistica è lo strumento in sè. Tu come sei riuscito a sviluppare una capacità tecnica senza perdere la concentrazione rispetto ai contenuti?
Questa è una bella domanda e contiene la spina dorsale della mia critica ai ‘techno-romantici’. Troppo spesso, specialmente nell’arte digitale, la maggior parte dell’enfasi è messa nella tecnica, o nella forma dell’opera. Continuiamo a cercare ‘nuove forme’, nuove essenze. Questo era il proposito dell’alto modernismo, sia visualmente che musicalmente. Penso che questa posizione sia abbastanza problematica. Non dobbiamo mai sacrificare il contenuto per la forma. Farlo è un’ingiustizia. Ora riguardo alla musica il problema è ancor più complesso perchè per definizione la musica è strettamente legata alla forma. Per un’interessante lettura del problema vedi questo pezzo di Brian Eno: The Revenge of the Intuitive .
Per concludere, mi piacerebbe sapere una cosa che considero molto importante ma che è raro leggere in un’intervista: qual è la ragione principale che ti spinge a fare ciò che fai?
Ora ti darò una risposta che non è molto originale ma non per questo poco seria; è una tipica risposta Marxista. Nei termini dell’atto creativo, a questo punto della mia vita, e potrebbe cambiare, (speriamo succeda, il cambiamento è una buona cosa!) è cruciale che il mio lavoro rifletta argomenti pertinenti rispetto ai processi correnti della politica e della critica. I giorni dell’artista modernista autonomo sono finiti, sono durati a lungo. Alcune persone sembrano intenzionate a nascondere la testa nella sabbia pretendendo che l’arte debba essere ‘carina’, non politica, separata dalla ‘vita’. Ma questa è una posizione che non funziona perchè in realtà lo sforzo stesso per renderla autonoma è ciò che la rende politica, ma ancor peggio, è ciò che le fa perpetuare lo status quo. Abbiamo bisogno di arte che causi scambio, che porti al dibattito, che esponga la falsa coscienza. C’è un tempo ed un luogo per tutti i tipi di pratiche artistiche. Ma se abbandoniamo la critica per la pura estetica stiamo abbandonando le speranze per il progresso, diventando a tutti gli effeti monodimensionali, per usare le parole di Marcuse.
da bluermutt
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